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Leadership · 22 luglio 2026 · 7 min di lettura

Diritto alla disconnessione: la legge c'è, ma a decidere è il calendario

di Federica Grazia Bartolini

Griglia-calendario in duotone: la scritta «diritto alla disconnessione» si sgretola in celle serali arancioni
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In almeno undici paesi europei esiste una qualche forma di legge sul diritto alla disconnessione.

Eppure le riunioni dopo le 20 sono aumentate del 16% in un anno.

Ecco il paradosso da cui parte questo pezzo, e la tesi è secca: la legge, da sola, non protegge il tempo delle persone. A deciderlo è la cultura di chi comanda. E non è un’opinione — è quello che afferma, nero su bianco, l’agenzia europea che studia le condizioni di lavoro.

Cosa dice la legge in Europa (e cosa non dice)

Partiamo dai fatti, perché qui è facile confondere ciò che è scritto con ciò che accade.

Secondo il Labour Research Department, già ad aprile 2024 undici Stati membri dell’Unione avevano una qualche forma di regolamentazione sul diritto alla disconnessione: Belgio, Croazia, Cipro, Francia, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Portogallo, Slovacchia e Spagna. Undici paesi, undici modelli diversi. Ed è proprio la varietà a raccontare qualcosa.

La Francia è stata la pioniera. Con la Loi Travail del 2016, in vigore dal 2017, obbliga le aziende con oltre 50 dipendenti a negoziare regole sulla disconnessione. Attenzione, però, a cosa impone davvero: le sanzioni scattano per la mancata negoziazione, non per la violazione sostanziale del diritto. Tradotto: la legge francese ti obbliga a metterti al tavolo, non necessariamente a rispettare l’accordo.

All’estremo opposto, l’Irlanda ha scelto un solo codice di condotta non vincolante: nessun obbligo, nessuna sanzione. Belgio e Portogallo hanno invece legislazione vera e propria, con sanzioni dirette alle aziende.

E l’Unione nel suo complesso? Nessuna direttiva vincolante. Nel gennaio 2021 il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che chiedeva una legge europea sul tema; nell’aprile 2024 la Commissione ha avviato la consultazione delle parti sociali su telelavoro equo e disconnessione. Da allora: consultazioni ancora aperte, nessun testo vincolante. Il livello europeo è un cantiere.

Più leggi significano più diritti?

Eurofound, l’agenzia tripartita dell’Unione, ha affrontato la questione dal lato più pratico: la regolamentazione fa davvero acquisire, in concreto, il diritto di disconnettersi?

Il dato che restituisce la survey è quello che dovrebbe far riflettere chi scrive le policy. Otto lavoratori su dieci — in aziende con e senza il diritto alla disconnessione — ricevono regolarmente comunicazioni di lavoro fuori dal proprio orario. La presenza della norma, da sola, non sposta il numero. Cambia qualcos’altro: dove una politica di disconnessione esiste, i lavoratori riferiscono livelli più alti di soddisfazione e meno disturbi da stress; dove non esiste, crescono mal di testa, ansia, tensione. La differenza, insomma, non la fa il diritto sulla carta: la fa quanto quel diritto è preso sul serio dall’organizzazione.

Il Parlamento Europeo, richiamando la stessa ricerca, aggiunge il tassello tecnologico: chi usa regolarmente strumenti digitali da remoto ha più del doppio delle probabilità di superare le 48 ore settimanali rispetto a chi lavora in sede. La tecnologia non è neutra: dilata la giornata se nessuno decide dove metterle un confine.

Perché le riunioni serali aumentano nonostante le norme

Mentre le leggi si moltiplicano, i numeri della realtà vanno nella direzione opposta.

Il Microsoft Work Trend Index 2025, basato su telemetria di Microsoft 365 e su una survey di 31.000 lavoratori in 31 mercati, fotografa quella che chiama la “giornata lavorativa infinita”: le riunioni dopo le 20 aumentate del 16% anno su anno e — tra chi è già connesso alle 6 del mattino, il 40% sta controllando la posta — mentre quasi il 30% è di nuovo in casella entro le 22.

Un limite va dichiarato subito, per onestà: sono dati globali, aggregati su 31 mercati. Non un confronto puntuale tra paesi europei, né una misura di ciò che accade dove la legge sulla disconnessione esiste. Non si può sostenere che il fenomeno sia peggiore proprio negli undici paesi con la norma — le fonti pubbliche non lo dicono. Ma il quadro complessivo è chiaro: se l’obiettivo è aiutare le persone a disconnettersi, non lo stiamo raggiungendo.

La Legge 34/2026 in Italia: cosa cambia

E arriviamo all’Italia, dove il tema è tornato caldo per una ragione precisa.

Va detto da dove si parte. Come ha ricostruito Il Sole 24 Ore analizzando il rapporto Eurofound, in Italia la legge non riconosce la disconnessione come un diritto esplicito: ne rinvia la regolamentazione alla contrattazione individuale tra datore e lavoratore, e per giunta limitatamente al lavoro agile. Un diritto delegato all’accordo, insomma, non garantito in quanto tale.

Su questo sfondo si inserisce la novità. Il 7 aprile 2026 è entrata in vigore la Legge 11 marzo 2026, n. 34, la cosiddetta “Legge annuale PMI”. Con l’articolo 11, che modifica il Testo Unico sulla sicurezza (D.Lgs. 81/2008), per la prima volta la mancata consegna dell’informativa scritta annuale sulla sicurezza ai lavoratori in smart working diventa reato. E quell’informativa deve ora coprire esplicitamente anche l’uso dei videoterminali, lo stress da iperconnessione e il diritto alla disconnessione.

E qui va tolto di mezzo un equivoco che gira parecchio, perché è esattamente il tipo di allarmismo che confonde. Non esiste alcun “reato di iperconnessione”: la legge non punisce il capo che scrive una mail alle 22. La contravvenzione riguarda la mancata consegna dell’informativa — un obbligo procedurale circoscritto, punito con arresto da due a quattro mesi oppure ammenda (fino a 7.403,96 euro). L’iperconnessione, nel testo, non è un reato: è un rischio che l’informativa deve dichiarare. È una differenza che cambia tutto — e che vale la pena tenere a mente ogni volta che un titolo promette la “fine delle mail serali per legge”.

In Italia è inoltre pendente al Senato il DDL S. 1290 — il cosiddetto DDL Sensi, presentato il 6 novembre 2024 e assegnato alla 10ª Commissione — che propone almeno 12 ore consecutive di non contatto dopo il turno e una sanzione amministrativa da 500 a 3.000 euro per ciascun lavoratore contattato in violazione. È un disegno di legge, non una legge attiva — ma indica con chiarezza la direzione in cui il tema si sta muovendo.

Cosa rivela il calendario di un’azienda

E così torniamo alla tesi, con un piano in più.

Se la norma non basta — ed Eurofound lo mostra con i numeri — allora dove si misura davvero il diritto alla disconnessione? Nel posto più banale e più onesto che esista: il calendario.

Fissare abitualmente riunioni durante la pausa pranzo, la mattina presto o il tardo pomeriggio svuota il diritto alla disconnessione a prescindere da qualsiasi clausola. Più che una regola contrattuale, è un patto culturale su cosa conta come tempo di lavoro. E i dati Eurofound lo confermano dal basso: se otto persone su dieci vengono contattate fuori orario anche dove il diritto è scritto, il problema non è la mancanza della norma — è l’abitudine che la norma non tocca.

Quando un capo scrive alle 22, non sta violando una legge. Sta comunicando una norma implicita, e quella norma pesa più di qualsiasi documento firmato. La policy dice cosa l’azienda vorrebbe essere. Il calendario dice cosa l’azienda è.

È qui, tra l’altro, che il tema si allarga: proteggere il tempo delle persone non è un vincolo in più, è parte della domanda che riguarda ogni trasformazione — come si cambia il modo di lavorare senza perdere le persone che lo fanno.

Per onestà va detto tutto: le leggi non sono inutili. Il modello francese, imponendo la negoziazione, ha almeno costretto le aziende a sedersi al tavolo. Ha un valore simbolico e negoziale che non va sminuito. Ma il valore simbolico non protegge la serata di nessuno.

La domanda che resta

La cornice normativa la conosciamo. La cultura è un’altra cosa: non si legifera, si costruisce giorno per giorno.

Guardate il calendario aziendale delle ultime due settimane. Non la policy scritta: il calendario vero. Quante convocazioni dopo le 19? Quante mail partite prima delle 7? Quante pause pranzo occupate da una call “veloce”?

La policy sulla disconnessione, nella vostra organizzazione, è applicata davvero?

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