AI · 25 giugno 2026 · 5 min di lettura
SEO, AEO, GEO: farsi trovare quando nessuno clicca più
di Federica Grazia Bartolini

Un terzo del traffico, sparito in un anno. È quanto i siti degli editori hanno perso dalle ricerche Google tra il 2024 e il 2025, secondo i dati del Reuters Institute. E chi quei siti li gestisce si aspetta di perderne quasi la metà nei prossimi tre anni.
Non è un problema dei giornali — a quello che sta succedendo agli editori ho dedicato un articolo a parte. È un cambio di comportamento di massa: le persone non cercano più, chiedono. Fanno una domanda a ChatGPT, a Claude, a un assistente — e ricevono una risposta confezionata, senza bisogno di cliccare su niente. Il vecchio patto — io scrivo, Google mi manda visitatori — si sta rompendo sotto gli occhi di tutti.
Per chi ha un’azienda, un nome, una reputazione da difendere, la conseguenza è una sola e conviene dirla subito: farsi trovare non basta più. Bisogna farsi citare. E possibilmente farsi citare bene.
Tre sigle, una partita
Facciamo ordine, senza gergo.
SEO — Search Engine Optimization — è il mestiere di sempre: farsi trovare dai motori di ricerca. L’obiettivo è il clic: comparire tra i risultati e portare la persona sul tuo sito.
AEO — Answer Engine Optimization — è il mestiere nuovo: farsi scegliere dai motori di risposta. Quando qualcuno chiede a un’AI “chi è il miglior consulente per X?” o “come si gestisce Y?”, l’obiettivo non è più il clic: è essere dentro la risposta — citati, linkati, o direttamente usati come fonte.
GEO — Generative Engine Optimization — è la sorella più ampia: fare in modo che, quando un’AI genera contenuti che ti riguardano, ti rappresenti correttamente. Nome giusto, fatti giusti, descrizione giusta.
Onestà d’obbligo: i confini tra le ultime due sigle sono ancora labili e mobili, e il settore stesso le usa in modo quasi intercambiabile. Ma la sostanza non cambia: il baricentro si sta spostando dal presidiare parole chiave per farsi cliccare al presidiare i territori dell’intelligenza artificiale, per farsi riconoscere e citare dalle AI. Lo conferma il numero più impietoso del report Reuters 2026: oggi Google manda ai siti ancora 500 volte i referral di ChatGPT. Tradotto: il traffico “regalato” dalle AI, per ora, è poco più di un arrotondamento — ed è esattamente per questo che essere dentro le risposte di ChatGPT, Claude e degli altri conta così tanto.
Cosa cambia, in pratica
Tre cose, e nessuna delle tre è (solo) tecnica.
Primo: le macchine ragionano per entità, non per pagine. Un’AI non “legge il tuo sito”: costruisce un’idea di chi sei — una persona, un’azienda, un metodo — incrociando tutto ciò che trova. Se il tuo nome compare in tre forme diverse, con tre bio diverse, su cinque canali diversi, l’idea che si forma è confusa. E una macchina confusa non ti cita: cita qualcun altro.
Secondo: vince chi risponde subito — e chi ha guadagnato fiducia. Le AI estraggono. Se la risposta alla domanda sta nel primo paragrafo, chiara e completa, hai una possibilità di essere la fonte. Se sta a metà di un giro di parole al paragrafo dodici, no. Ma attenzione: rispondere subito ti mette in gara, non ti fa vincere. Quando dieci fonti rispondono alla stessa domanda, a decidere chi viene citato è l’autorevolezza dell’entità: quanto i tuoi dati sono coerenti tra loro, chi ti cita altrove, da quanto tempo presidi quel tema, quanto le macchine — esattamente come le persone — hanno imparato a fidarsi di te. È per questo che i tre punti di questa lista non sono alternative: si tengono l’uno con l’altro.
Terzo: chi definisce i propri concetti, li possiede. Se sei tu a spiegare, nero su bianco e in modo estraibile, cos’è il tuo metodo, il tuo prodotto, la tua idea — le AI useranno la tua definizione. Se non lo fai, la scriverà qualcun altro per te. O peggio: la improvviserà la macchina.
La mia esperienza diretta col mio sito personale
Non parlo per sentito dire: ho applicato quello che sto per raccontarvi al mio stesso sito, questo qui. Ora vi racconto come l’ho costruito.
Ho messo in ordine l’entità: dati strutturati che dichiarano alle macchine, in modo formale, chi sono — che “Federica Grazia Bartolini” e “Federica Bartolini” sono la stessa persona, che sono l’autrice del mio saggio, la fondatrice dei miei progetti, l’ideatrice del mio metodo. Con i collegamenti espliciti ai profili che mi rappresentano altrove, così i puntini si uniscono da soli. Per poterlo fare è necessario avere una grande chiarezza dei contenuti che si vogliono veicolare e degli obiettivi.
Poi con l’aiuto di Claude ho creato un file che si chiama llms.txt: in pratica, una lettera di presentazione scritta apposta per le AI. Dice chi sono, cosa faccio, cosa ho pubblicato, con parole mie — così quando un modello cerca informazioni su di me, trova la versione ufficiale e non deve fare collage o inventare pezzi.
Ho costruito una pagina che risponde letteralmente alla domanda che le persone potrebbero fare: “Chi è Federica Grazia Bartolini?”. Sembra banale. Non lo è: è la differenza tra lasciare che la risposta la assembli una macchina e scriverla tu.
E ho adottato una regola di scrittura, anche per questi articoli: la risposta prima, l’approfondimento dopo.
Funzionerà? Non lo so ancora: è presto per dirlo, e le regole del gioco, in questo campo, cambiano sempre più velocemente. Ma il principio sotto è solido, e non è tecnologico: essere chiari su chi si è, dire le cose in modo che si possano riprendere, presidiare la propria versione dei fatti. Che poi è comunicazione, il mestiere di sempre — con un destinatario in più rispetto a quelli cui siamo storicamente abituati.
C’è un paradosso, in tutto questo, ed è la parte che mi piace di più: per piacere alle macchine bisogna diventare più umani. Avere una voce riconoscibile, una posizione netta, un nome che significa qualcosa di preciso, essere autentici e reali. Le AI citano chi è inconfondibile. Il resto lo riassumono — e chi viene riassunto, scompare.