Comunicazione · 7 luglio 2026 · 9 min di lettura
La vera partita dell'intelligenza artificiale non è costruire i modelli. È controllare ciò che li alimenta.
di Federica Grazia Bartolini

In molti pensano che la corsa all’intelligenza artificiale si vinca costruendo il modello migliore dal punto di vista tecnico.
Io credo che quella sia solo una parte della storia.
La vera partita è controllare ciò di cui quei modelli si nutrono.
Chi possiede il modello, l’interfaccia e i dati non decide soltanto quanto costa una licenza. Decide quali fonti compaiono in una risposta, cosa viene citato, cosa diventa rilevante — e può influenzare quali aziende acquisiscono visibilità e quali diventeranno meno visibili. È questo il potere in gioco: non costruire l’intelligenza artificiale, ma controllare ciò di cui si nutre e gli effetti che questo genera.
E quella risorsa si sta dividendo in due strati.
Da una parte l’infrastruttura: contenuti, dati, canali di distribuzione. Si compra, si vende, si acquisisce. Dall’altra la fiducia: la relazione con chi legge, ascolta, guarda. Non si compra in un’acquisizione e non si addestra su un dataset.
L’AI sta concentrando la prima nelle mani di pochi. E così facendo mette sotto pressione la seconda. Vale per la stampa, per la radio, per la televisione — in modi diversi.
Cosa sta succedendo a stampa e giornali: gli accordi, le logiche e perché deve interessare a tutti
Secondo il Wall Street Journal, Meta ha messo sul tavolo fino a cinquanta milioni di dollari l’anno per i contenuti di News Corp: un accordo di almeno tre anni, su contenuti statunitensi e britannici, di cui le due aziende hanno confermato l’esistenza senza rivelarne i termini. Quasi quattrocento testate americane, invece, accusano OpenAI e Microsoft di aver usato i propri contenuti senza autorizzazione né compenso, e le hanno portate in tribunale.
A questo riguardo i due maggiori gruppi editoriali italiani hanno preso strade diverse. GEDI — Repubblica, La Stampa — ha firmato con OpenAI: l’accordo prevede che i suoi contenuti, con citazioni e link, entrino dentro ChatGPT.
RCS ha scelto una via diversa: un accordo tecnologico, non sui contenuti — l’AI per costruire un assistente al servizio del Corriere, tenendo i contenuti in casa.
GEDI punta sulla visibilità dentro le AI. RCS usa l’AI per offrire un servizio proprietario attraverso l’Intelligenza Artificiale. Due approcci diversi, nello stesso mercato.
Ma se ciò con cui istruiamo i modelli sono i contenuti provenienti dalle grandi concessionarie e dai giornali? Parliamo di anni e anni di pezzi autoriali, posizioni politiche, informazioni sui lettori, sulle preferenze delle masse, sulle opinioni dei consumatori.
Che cosa succederebbe? E se a questo aggiungiamo notizie fresche di giornata a cui questi motori possono attingere direttamente?
Quanto valgono davvero i contenuti, gli archivi storici, le voci degli autori, i dati sul pubblico?
In realtà sta già accadendo e il quadro è spaccato in due, e il Reuters Institute lo fotografa nel suo report 2026: si moltiplicano accordi di licenza di nature diverse — addestramento dei modelli, visibilità dentro le risposte, accesso alla tecnologia — e crescono le cause contro gli sviluppatori di AI accusati di aver usato i contenuti senza autorizzazione.
Infatti una coalizione di quasi quattrocento editori ha citato in giudizio OpenAI Inc. e Microsoft Corp., accusandole di aver utilizzato senza autorizzazione né compenso i loro contenuti per addestrare prodotti di intelligenza artificiale generativa come ChatGPT e Microsoft Copilot.
Gli editori sostengono di aver investito miliardi di dollari per proteggere i propri contenuti — anche collocandoli dietro sistemi di abbonamento (paywall) — ma che tutto questo sarebbe stato vano perché, secondo l’accusa, le società convenute se ne sarebbero appropriate e, sempre secondo il ricorso, questi prodotti di intelligenza artificiale generativa — resi possibili anche grazie al lavoro degli editori — hanno generato miliardi di dollari di valore di mercato per le due aziende convenute, mentre «nemmeno un centesimo è stato riconosciuto agli editori».
Questa causa è l’ultima di una crescente ondata di contenziosi contro gli sviluppatori di intelligenza artificiale e probabilmente la più ampia iniziativa legale mai promossa da quotidiani locali e regionali.
Probabilmente il settlement da un miliardo e mezzo di dollari tra Anthropic e gli autori ha contribuito a incoraggiare questi movimenti: ha fissato un precedente che molti hanno letto con attenzione.
Le testate locali restano la fonte di informazione più affidabile per gli americani, molto più di quelle nazionali e dei social media. Ed è proprio il giornalismo locale — il presidio democratico più fragile — a essere in prima linea in questa causa.
I dati Chartbeat citati dal Reuters Institute mostrano chiaramente un calo del traffico da Google di un terzo a livello globale tra novembre 2024 e novembre 2025, su oltre 2.500 siti web, e gli editori intervistati prevedono che nei prossimi tre anni il traffico dai motori di ricerca crolli di oltre il 40%.
Un dato interessante dello stesso report afferma anche che tra i 280 dirigenti editoriali intervistati in 51 Paesi, solo uno su cinque si aspetta che questi accordi diventino una fonte di ricavo consistente — e sono soprattutto le testate di fascia alta. Metà prevede un contributo marginale. E un altro quinto — editori locali, servizi pubblici, Paesi piccoli — non si aspetta un euro.
Ma allora chi firma gli accordi, perché lo fa?
Semplificando all’estremo: per fare cassa, e per non sparire, per restare nei radar di quei luoghi dove le persone vanno a informarsi: ChatGPT, Claude, Gemini, CoPilot…
C’è in gioco la gestione dell’informazione e la distribuzione del potere
Chi controlla l’interfaccia attraverso cui milioni di persone ricevono risposte acquisisce inevitabilmente un nuovo potere editoriale: decide quali fonti vengono mostrate, quali vengono citate e quali restano invisibili.
Un archivio giornalistico non è un magazzino di testi: è mezzo secolo di giudizio editoriale. Cosa interessa alle persone, come si racconta un fatto perché venga capito, quale linguaggio convince e quale respinge. Chi addestra un modello su quel materiale non compra parole: compra il mestiere di parlare al pubblico, distillato su scala industriale.
Poi ci sono i dati che non tornano indietro. ChatGPT ha superato gli 800 milioni di utenti a settimana, e i documenti per la quotazione di OpenAI parlano già di oltre 900: il più grande osservatorio mai esistito su cosa le persone vogliono sapere e cosa le convince. Negli accordi tipici l’editore consegna i contenuti e incassa; la piattaforma tiene tutti i dati di interazione — incluso il modo in cui le persone consumano proprio i contenuti di quell’editore.
È potere editoriale su una scala che nessun direttore di giornale ha mai avuto, senza le responsabilità etiche e morali che a un direttore chiediamo.
Quali contrappesi esistono, e chi garantisce la libertà (vera) di informazione?
Radio: l’AI clona le voci
Non solo giornali. La radio, che sembra fuori tema, è anch’essa al centro della questione AI. Perché qui l’AI non compra archivi: sostituisce le voci.
“AI Ashley”, “DJ Tori” — conduttori interamente generati, in onda su stazioni vere. Il CEO di iHeartMedia lo ha detto agli investitori: l’AI può cambiare radicalmente la struttura dei costi.
E c’è una seconda spinta, diversa ma nella stessa direzione: gli speaker che il mestiere l’hanno studiato lasciano spazio a chi porta un pubblico — influencer, personaggi noti. Succede anche in Italia. La reach al posto della competenza.
Due pressioni che comprimono la stessa cosa: la voce che conosci. Quella che c’è, dal vivo, quando trema il palazzo e ti racconta cosa sta succedendo.
Il World Radio Day 2026 aveva un tema solo: Radio e Intelligenza Artificiale. Con uno slogan che vale ben oltre la radio — AI is a tool, not a voice. E una postilla: la tecnologia, da sola, non costruisce fiducia. La costruiscono le persone che parlano.
Puoi clonare una voce. Non puoi clonare la relazione che quella voce ha creato. O sì? La risposta dipende da quanto diventeranno sofisticati i modelli — ed è la domanda su cui si giocherà il prossimo decennio.
Televisione: chi compra l’infrastruttura, e ci costruisce sopra l’AI
Mentre gli editori valutano se e come entrare nel mondo dell’AI, c’è chi compra infrastrutture intere e accorpa mondi.
A luglio 2026 Sky ha annunciato l’acquisizione della divisione media e broadcast di ITV — i canali e la piattaforma di streaming ITVX, non il braccio produttivo — per 1,6 miliardi di sterline.
Stesso principio, dal lato di chi compra: nell’economia dell’AI il vantaggio nasce dalla combinazione di contenuti, distribuzione e dati. Chi li tiene insieme detta le condizioni; chi ne cede un pezzo per volta finisce a lavorare per qualcun altro.
E c’è chi l’infrastruttura ce l’ha già, e ci costruisce sopra la macchina. A giugno 2026 Warner Bros. Discovery ha annunciato con Amazon Web Services una piattaforma pubblicitaria agentic: agenti di AI che pianificano, ottimizzano e vendono gli spazi, tra TV lineare e digitale. La libreria di WBD non serve più solo a farsi guardare. Addestra la macchina che vende pubblicità.
Non è un caso isolato: nel consolidamento in corso il pezzo pregiato non sono gli studios, sono le librerie di contenuti. Perché una libreria, oggi, è due cose insieme — un catalogo da mostrare e un dataset da dare in pasto agli algoritmi.
Il paradosso del grossista invisibile
Il modo di cercare informazioni sta cambiando in fretta. Dalle parole chiave su Google, alle frasi intere, fino a chiedere la risposta direttamente a un’AI. Non più solo SEO, ma sempre più GEO e AEO — ne ho scritto qui.
Per chi produce contenuti significa una diluizione più profonda: crei qualcosa di valore, finisce in pasto a un modello, e l’interfaccia che lo riassume ti cancella dalla scena. L’utente ottiene la risposta che cercava da te. Ma il tuo sito non lo vede mai.
Io lo chiamo il paradosso del grossista invisibile: rifornisci il mercato, ma nessuno sa più che la merce è tua.
Per questo diventano inestimabili le cose che nessuna interfaccia può intermediare. L’attribuzione: il tuo nome dentro la risposta, non sepolto in una nota. Le firme che le persone cercano per nome. Le newsletter, gli eventi, le community. Un contratto che ti paga bene oggi ma ti rende invisibile domani non è un ricavo: è una liquidazione.
Due partite
Alla fine di tutto, tra le tante, ci sono in corso due grandi partite.
Una si gioca per prevalere nel mondo dell’AI: la vince chi possiede il modello più avanzato, l’interfaccia più semplice, i dati più utili. Chi ha questo ha il potere di decidere quali fonti compaiono, cosa viene citato, quali aziende diventano rilevanti e quali svaniscono senza che nessuno se ne accorga.
L’altra è la partita della visibilità sul web, che sempre di più tende a coincidere con la visibilità dentro le risposte dell’AI. Si gioca ottimizzando i portali, ridefinendo strategie, modalità, tempi e luoghi della comunicazione. Ma si vince costruendo e coltivando relazioni di fiducia — perché ciò che è riassumibile verrà riassunto, e poi dimenticato. Ciò che qualcuno cerca per nome, no.
Vale per i giornali. Vale per le imprese.
Forse, tra qualche anno, non ricorderemo questa fase come il momento in cui sono nati nuovi modelli di AI.
La ricorderemo come il momento in cui si è ridisegnato il controllo dell’informazione, dei dati e delle relazioni da cui quei modelli traggono valore.
Ed è per questo che accordi, acquisizioni e cause non sono episodi isolati. Sono i segnali di una trasformazione molto più grande.


