Comunicazione · 11 luglio 2026 · 5 min di lettura
Perché è così difficile fare amicizia da adulti
di Federica Grazia Bartolini

Una delle amicizie più vere della mia vita adulta è con una persona che, sulla carta, non c’entra niente con me.
Background diversi, percorsi diversi, mondi diversi. Se ci avessero presentate a un evento di networking, probabilmente ci saremmo scambiate due frasi di cortesia e un biglietto da visita, per non rivederci mai più. Nessun algoritmo ci avrebbe suggerite a vicenda.
E invece. Quello che ci ha unite non è quello che facciamo: è quello che attraversiamo. La quotidianità, la fatica, le sfide dell’essere umano — quelle che non stanno scritte in nessun profilo. I figli, i genitori che invecchiano, il lavoro che cambia, i giorni in cui non ti riconosci. Su quelle cose lì eravamo identiche.
Ecco la tesi di questo pezzo, e la dico subito: da adulti l’amicizia non nasce più dalla somiglianza. Nasce dalla condivisione della vita — e la vita, quella vera, è trasversale a ogni background. Il problema è che abbiamo costruito esistenze in cui la vita condivisa è quasi sparita.
I numeri di una cosa che sentiamo tutti
Il fenomeno ha perfino un nome: gli americani lo chiamano friendship recession, la recessione dell’amicizia. Secondo l’American Perspectives Survey del Survey Center on American Life la percentuale di persone che dichiarano di non avere nessun amico intimo è quadruplicata dagli anni Novanta: dal 3% al 12%. E chi diceva di averne più di dieci è passato dal 33% al 13%. I dati sono americani, ma chiunque viva una città italiana sa che la direzione è la stessa.
Non è un dettaglio da rubrica di costume. Le amicizie sono uno dei predittori più solidi di salute e felicità che la ricerca conosca. Stiamo perdendo un’infrastruttura vitale — e ce ne accorgiamo poco, perché sparisce piano.
Da bambini bastava un cortile
Ripensa a come nascevano le amicizie da piccoli. Non sceglievi: c’era un cortile, una classe, una spiaggia. Un contesto condiviso, quotidiano, gratuito. La ripetizione faceva il resto: ti vedevi ogni giorno senza deciderlo, e dentro quella ripetizione succedeva tutto — i litigi, le alleanze, le confidenze.
Da adulti abbiamo smontato i contesti e li abbiamo sostituiti con le agende. L’amicizia è diventata una cosa da organizzare: trovare una data, incastrare i calendari, disdire, riproporre. “Dobbiamo assolutamente vederci” — la frase più detta e meno mantenuta della vita adulta. Non per cattiva volontà: perché abbiamo eliminato la quotidianità condivisa, e senza quotidianità l’amicizia diventa un progetto. E i progetti, quando la vita stringe, si rimandano.
Le caselle non fanno amicizia
C’è anche un secondo meccanismo, più sottile. Da adulti frequentiamo le persone per funzione: i colleghi, i genitori dei compagni di scuola, i contatti professionali. Persone selezionate dalla somiglianza dei ruoli — stesse aziende, stessi ambienti, stessi interessi dichiarati.
Ed è qui il paradosso: la somiglianza dei percorsi produce conoscenti, non amici. Con chi ti somiglia professionalmente condividi il cosa; l’amicizia nasce sul come — come attraversi le cose, come stai dentro le fatiche, chi sei quando nessuno guarda il tuo titolo. Per questo la mia amica improbabile è diventata essenziale: perché tra noi non c’era nessuna casella a fare da filtro. C’era solo la vita, e la vita ci rendeva uguali.
Quando il contesto è una funzione, cadere la funzione fa cadere il legame: cambi azienda e “gli amici del lavoro” evaporano; finiscono le elementari e i genitori-dei-compagni spariscono. Non erano finti. Erano legami appoggiati a un ruolo, e i ruoli passano.
Cosa ci vuole, allora
Non ho una formula — su queste cose diffido di chi ce l’ha, e di chi ti spiega come fare per avere più amici, per avere successo con le donne, con gli uomini, e così via. Ma tre cose le ho viste funzionare, nella mia vita e in quella delle persone che osservo.
La presenza batte l’intensità. Un caffè di dieci minuti ogni settimana, a volte, è più importante di una cena epica ogni sei mesi. L’amicizia adulta ha bisogno di presenza, non di eventi eclatanti e rari. È “il cortile” dei grandi.
La vita vera mostrata, non nascosta o mitigata. Le amicizie vere della vita adulta nascono quasi sempre nei momenti scomodi — un trasloco, una malattia, un periodo storto — perché è lì che cade la maschera. Chi ti ha vista in difficoltà e c’era, è un amico. Il resto è qualcuno di contorno, di passaggio, che per qualsiasi motivo non vuole, non può o semplicemente non sta investendo nel rapporto.
I background non c’entrano. Anzi: le amicizie trasversali — età diverse, mondi diversi, vite diverse — sono spesso le più solide, perché è lì che nascono gli scambi reali. Si dice che gli opposti si attraggano, e in un certo senso vale anche nell’amicizia. Forse ha a che fare con il sentirsi a proprio agio fuori dai contesti dove, in qualche modo, nasce sempre qualche forma di competizione? Il bello dell’amicizia è poter essere sé stessi senza doversi continuamente misurare, confrontare, mettere in discussione.
C’è un’ultima cosa, e riguarda i luoghi. Stiamo costruendo un mondo sempre più efficiente, città sempre più grandi e organizzate per tutto tranne che per incontrarsi davvero: spopolano le app di running, di home swapping, di dating — perfino l’incontro, ormai, ha bisogno di un’app. Sono spariti i luoghi fisici dove ci si trova senza uno scopo preciso, e le relazioni sono sempre più ingessate, incasellate per ruoli, per luoghi, per funzione. È un tema che mi sta molto a cuore, anche come imprenditrice. Ne riparlerò.
Intanto, la domanda che lascio a te è quella che ogni tanto faccio a me stessa: quando è stata l’ultima volta che hai fatto un’amicizia nuova — non un contatto, un’amicizia? E se la risposta ti mette a disagio, forse non sei tu il problema. È che nessuno ci ha più costruito un cortile. Ma un cortile, da adulti, si può ancora scegliere di costruirlo.